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NA' VOTA A LA FONTE ROSSA

Il 6 agosto 2006, presso la Fonte Grande di Barisciano, l’Associazione Donne ha fatto rivivere una giornata dei tempi passati, quando le donne lavavano alla fonte. La Fonte Grande è un luogo molto caro a noi di Barisciano e questa rievocazione è stata lo spunto per andare un po’ a ricercare la storia di questo luogo.

La comunità di Barisciano, già dal 1638, aveva stabilito di fare un acquedotto per portare l’acqua della Valle Vicenda e del Monte Macera, alla fontana pubblica che si trovava in questo luogo. I bariscianesi erano una popolazione molto laboriosa, di certo non ricca, ma, con l’ostinazione che ci caratterizza, sopportò con notevoli sacrifici il peso di opere importanti. E’ da ricordare che, da qualche decennio, era stata ultimata la Chiesa di Santa Maria di Valleverde e già si iniziò a erigere un’altra importante chiesa, quella di Santa Maria della Pietà di Collerotondo. Nel 1818 la fontana esistente era stata compromessa dalle intemperie, per cui si rendeva indispensabile la realizzazione di nuove condutture di convogliamento dell’acqua e di una nuova struttura. Nel 1821 il sindaco di Barisciano Francesco Antonacci chiede, alla Provincia di L’Aquila, l’autorizzazione alla costruzione di un nuovo ponte per l’acquedotto di Macera. Il paese ha così la sua acqua e nell’anno 1876, con il sindaco Giulio Blasetti, viene costruita l’attuale fonte.

Sulla facciata si legge: “Quest’acqua per indefesso e generoso lavoro da lontane sorgenti raccolta, fé pago un desiderio di secoli per virtù d’ingegno moltiplicata sua forza motrice avanzò le speranze degli avi. MDCCCLXXVI ”

Dietro un recente intervento di restauro, la fontana oggi ha assunto l’aspetto che aveva alle origini; presenta cinque cannelle centrali, attraverso le quali si dissetava la popolazione, due fontanili laterali, per l’abbeveraggio degli animali, due lavatoi dove le donne si recavano a lavare i panni.

A quei tempi la vita delle donne era molto faticosa; oltre ad occuparsi della casa e dei figli, seguivano gli uomini nel duro lavoro dei campi. Le donne giovani tessevano il corredo al telaio. Il bucato era una operazione molto laboriosa che richiedeva più giorni. I panni venivano insaponati e messi in ammollo nella tina. Il sapone veniva fatto in casa con il grasso del maiale (lardo), la soda, l’acqua e, chi ne aveva, metteva del borotalco. Questo preparato veniva fatto bollire per tre ore, poi si versava in recipienti; dopo che si era raffreddato si tagliava in grossi pezzi. I panni insaponati si toglievano dall’ammollo il giorno dopo e si insaponavano di nuovo. Per una maggiore pulizia e igiene si usava la cenere; si riempiva di cenere la federa di un cuscino e si immergeva nell’acqua. L’acqua, che conteneva cenere filtrata, fungeva da candeggina e veniva versata sui panni posti dentro la tina.

Nell’aia adiacente alla Fonte Grande, venivano stesi i panni, insaponati, per essere sbiancati dal sole; in questa fase i panni venivano spesso ribagnati. Quando erano bianchissimi si risciacquavano alla fonte e poi stesi ad asciugare.

La fonte era un luogo di aggregazione; ci si ritrovava in questa lunga operazione del bucato e anche per andare a prendere l’acqua, con la tipica conca di rame. Nelle case la conca veniva posta sopra la crolla; per fare la crolla ci vuole la paglia di segala e molta, molta pazienza! In questo i bariscianesi erano molto bravi e diverse famiglie andavano a vendere le crolle nei paesi vicini.

Alla fonte nascevano nuovi amori; le fanciulle che vi si recavano a prendere l’acqua, speravano di incontrare qualche giovanotto che le facesse la corte. Un timido sguardo, un gesto gentile, una parola e poi di corsa a casa perché è tardi, con la speranza di rivedersi lì, domani, alla stessa ora!

L’aia della Fonte Grande era usata anche per la attività agricole. I contadini si recavano qui con il grano, mietuto nelle varie località; citiamone qualcuna: forfone, solara, S.Lorenzo, le scalucce, la cona, la verciara, la ruzza, vedice, la villa, il pantano, villanicchie, santagnera, ombreca, le locce, i santarigli, vallecupa…

Il grano mietuto con la sarrecchia e la falce, veniva raccolto nei pannareti e trasportato fin qui con gli asinelli.

Le trebbie non esistevano ancora; per separare i chicchi dalla paglia (la trescanna), gli animali venivano fatti passare più volte sul grano. A compiere questo lavoro, spesso, erano le donne e i bambini. Una volta separati i chicchi il grano veniva “spulato” e il vento in questa operazione, era di grande aiuto. Questo era un lavoro lungo e faticoso, ma un bel momento era quando le donne portavano il canestro; qui c’era da mangiare per tutti: pane, formaggio, frittata, vino. Cose semplici e buone. Poi, fino a tarda sera, si riempivano i sacchi.

Le donne contadine erano vestite con gonne, giacchettini, parnanze, mantellina sulle spalle e fazzoletto (mccire) sul capo; le donne di ceto più elevato vestivano abiti dai colori più vivi e giacche dal taglio più importante. Gli abiti erano tessuti al telaio. Le gonne dei primi anni del ‘900, presentavano la particolarità di essere lisce sul davanti e arricciate sul dietro; nelle nobildonne l’arricciatura terminava con una coda.

Gli uomini la domenica portavano giacca e gilet scuri con camicia bianca e cravatta; era di largo uso il cappello.

Fonti:
-“Terra di Barisciano” di Raffaele Giannangeli,

-“Cultura di Barisciano” di Luigi Bulsei.


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